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Fonte: Gazzetta dello Sport      Letta: 826 volte      Commenti: 0
Gazzetta: A carte scoperte con... Zamparini "Ce l'ho con il mondo"
[ venerdì 3 aprile, 2015 ore: 11:03 ]

Gazzetta: A carte scoperte con... Zamparini "Ce l'ho con il mondo"
Questa intervista è iniziata sostituendo le carte social network e tatuaggi con cibo e famiglia e schierando in porta sghignazzando la carta sesso, «perché il sesso è come un muro di gomma: ci rimbalzi contro». E poi è finita a pane (fatto da lui, ci tiene a dirlo) e San Daniele, che ci ha tagliato al coltello con occhi compiaciuti, e a parlare di Adriano Galliani, con occhi che sono diventati improvvisamente di fuoco. Maurizio Zamparini ci è apparso così: un uomo placido e anche sereno, ma visceralmente impulsivo e incazzato. Un uomo in pace e in guerra con il mondo, dipende quale. In pace con i suoi ricordi, la sua famiglia, il suo ruolo di baby sitter dei tanti nipoti («Ma lo sono stato anche dei figli, più io di mia moglie»), la sua cultura, la sua curiosità universale, la sua fede: sul display del telefonino, «così posso guardarla decine di volte al giorno», ha una foto della Vergine di Macarena che si trova a Siviglia. «Una medium amica di famiglia mi ha regalato un quadretto con questa immagine e la Madonna mi manda segnali tutti i giorni».

In guerra Zamparini si sente con diversi altri mondi: anzitutto quello del lavoro, dell’economia e della politica italiani, che vorrebbe ferocemente cambiare «combattendo anzitutto la burocrazia, che dove un tempo c’erano due dipendenti oggi ne mette venti, e bisogna chiedere il permesso anche per fare la pipì: studiano come impedirti di fare qualcosa, non come aiutarti a farla». Ci ha provato ideando nel 2011 un Movimento per la gente, «esiste ancora, ma la gente non reagisce abbastanza, a parte i giovani che oggi sono spugne desiderose di valori». E poi c’è il mondo del calcio, il suo massimo vizio. Domani il suo Palermo giocherà con il Milan e chiedergli di Galliani è come fare «clic» su un detonatore: «E’ figlio di suo papà, e non c’è bisogno che le spieghi chi è suo papà. Lo aiutai a diventare presidente della Lega, ma gli dissi “adesso devi fare gli interessi di tutti”. Col cavolo: fece solo gli interessi del Milan. Come Berlusconi ha sempre fatto solo quelli di Mediaset». E per non pensarci, Zamparini ha tagliato un’altra fetta di prosciutto.

LE CARTE

SESSO
"BASTA COL MACHISMO IL VIAGRA: PERCHÉ NO?"
«Noi bambini di campagna vivevamo in mezzo ai tori e alle mucche, dunque a 5 anni ero già dentro un fosso con un’amichetta - si chiamava Ermelinda - a giocare al dottore, finché non ci scoprì un amico più grande con la minaccia di raccontare tutto a mio padre. A 16 anni invece ero a lezione da un’educatrice, aveva dieci anni più di me, mi ha adescato lei e il ricordo della prima volta “vera” è bellissimo: avevo una maestra che mi insegnava tutto, fantastico. Meno male perché poi, per colpa della mia educazione cattolico-cristiana, dai sedici ai vent’anni ero così fesso che con la mia fidanzata facevo di tutto evitando rapporti completi, perché non eravamo sposati: ma quanto sono stato cretino, poi me lo sono detto un sacco di volte. Ora, dopo il secondo matrimonio, sono monogamo, ma è vero che da single mi sono divertito: non mille amanti ma mille amiche - perché le donne sono più fedeli - di cui un centinaio fidanzatine. Con qualche aiutino, certo. Il Viagra l’ho consigliato anche a dei colleghi, tipo Sensi che mi ringraziò molto oppure Cecchi Gori, che una volta andò in crisi perché la pillola gli era caduta sotto il letto, e la trovò la cameriera la mattina dopo: “Dottore, e questa cos’è?”. Gli uomini si vergognano di dirlo perché si sentono sempre machi, ma se funziona, perché no?»

VIZI
LA VANITÀ DEL CALCIO ESSERE RICONOSCIUTO
«Il più grande che ho, più che altro l’unico, è il calcio. Costoso quanto il gioco o le donne, ma almeno ha un risvolto sociale: può regalare felicità. Venezia ha tutto, non ne aveva bisogno, ma Palermo sì e quando nelle mie preghiere chiedo scusa per quanti soldi ho buttato con questo giochino, mi sento meno in colpa pensando di aver dato attimi di godimento a tanta gente. Il vizio del calcio sta nell’autopiacersi: siamo, o perlomeno sono, vanitoso, amo apparire, essere riconosciuto per strada. Il Venezia lo presi per passione, comprare il Palermo è stata anche una questione di vetrina: se non ci fosse neanche quella sarei un cretino, perché ci metto soldi, non vedo le partite se non registrate, soffro se si perde. Mi consola non averlo mai fatto al casinò: una volta ci sono entrato per vedere se mi piaceva, ma dopo dieci minuti ero già fuori perché mi ero stufato. Come a 45 anni mi stufai di fumare e mi misi d’accordo con Greta, mia figlia: “Smettiamo?” Smesso, da un giorno all’altro. Il vino? Un piacere e mai una schiavitù, neanche da ragazzi, quando raccoglievo mille lire a testa dagli amici per fare il giro delle sagre e sbronzarci un po’: mica per stordirci, lo facevamo per cantare le canzoni friulane e essere più sciolti nelle balere. Peccato che la prima volta che provai a ballare scelsi l’unica che era zoppa...»

POLITICA
MA SÌ, I «NO GLOBAL» AVEVANO RAGIONE
«E’ una parola che ha perso tutto il suo valore. Nella civiltà di Atene richiamava i concetti di dovere e libertà, oggi da noi la politica toglie libertà. Oggi lo Stato è un nemico delle persone: vuole dei sudditi, non dei cittadini. E i politici, complici delle multinazionali e delle banche centrali, invece che sugli interessi della gente si concentrano sui sondaggi, per capire dove sono i consensi e come prendere il potere. Hanno ucciso l’economia di questo Paese: per un sacco di tempo non l’ha detto nessuno, e se oggi sento parlare di rinascita mi viene da ridere. Quando i no global spaccavano tutto, mi avevano spiegato che erano solo dei disgraziati violenti: l’ho capito dopo, usavano modi sbagliati ma avevano ragione loro. Dal dopoguerra in poi, da De Gasperi, Moro, Andreotti in poi, è stata solo una deriva: sempre peggio. Ero un anticomunista viscerale, mi sono sempre sentito un liberale: quando è andato su Berlusconi con lui c’era Fini, gli avevo offerto la mia collaborazione perché sentivo di dover ricambiare in qualche modo il successo economico che avevo avuto e pensavo volessero davvero cambiare il Paese. In realtà è cambiata solo la ricchezza di Berlusconi: facendo politica si è moltiplicata per mille. Avrebbe dovuto dimettersi, non nascondersi dietro le angherie della magistratura, e invece mi ha deluso profondamente, lui come Bossi, Prodi, oggi Renzi, che cammina sulla stessa strada di chi lo ha preceduto: l’obiettivo non è dare servizi, ma fare carriera e prendere potere. Come si potrà distruggere tutto questo male che è stato seminato? Una volta per ripartire si usavano le guerre, oggi spero che se ne possa uscire con un po’ più di amore: per la gente».

MOMENTO BUIO
«HANNO UCCISO MAMMA PERÒ TU PERDONALI»
«Se n’è parlato soprattutto per gli Stati Uniti, ma certi dati valgono anche per l’Italia: in proporzione il numero di morti in un anno per errori medici è di poco inferiore, se non uguale, a quello dei morti per cause cardiovascolari, tumori, incidenti stradali. Io lo so bene perché così ho perso la mia mamma, a 23 anni. Purtroppo, e dico purtroppo, l’avevamo ricoverata in una clinica privata, per un banale fibroma all’utero: ricucitura, setticemia fulminante e se n’è andata così. Mio padre era disperato, provai a dirgli “Perdonali per averla uccisa, vedrai che salveranno altre vite”: mi sbagliavo e quando l’ho capito, anni dopo, è stato come vivere un altro momento buio come il primo. Quello fu terribile: per il dolore di quella perdita il mio cervello ha cancellato qualunque immagine della mamma, e ancora oggi non riesco a rivedere il suo viso, non ci sono mai più riuscito. Devo guardare le foto, è l’unico modo per riaverla davanti agli occhi. Del resto, lo insegna il dottor Hamer nelle sue cinque regole biologiche: noi siamo organismi perfetti e le nostre malattie non sono altro che conseguenze di traumi, dipendono da shock biologici. Come ho superato il mio? Ho cancellato tutte le immagini di mia mamma, ma l’ho pregata tutti i giorni. E lei, da là, un sacco di volte mi ha fatto capire che c’è ancora».

RELIGIONE
LA REINCARNAZIONE? LO DICEVA ANCHE GESÙ
«Tutte le sere, come facevo quando avevo cinque anni, dico ancora le preghiere che mi ha insegnato mia madre, però in una chiesa entro solo se è vuota: non è andando a messa che riesco a parlare con Dio. E’ lo stesso spirito con cui entro anche in una moschea, perché tutti i luoghi di preghiera sono luoghi di speranza e tutti gli dei sono giusti: non conta la religione che li riconosce come tali, conta che siano veri simboli d’amore. Però oggi quei luoghi sono vuoti per un altro motivo, da anni manca l’unico messaggio che invece dovrebbe passare: la Chiesa che si fa veicolo d’amore, che si sente al servizio dei credenti. E’ un motivo molto triste, però è così: la religione quasi sempre è stata usata per acquisire e esercitare una qualche forma di potere. Ora da due anni vedo in Vaticano un uomo nuovo che sembra invece voler fare una cosa rivoluzionaria: distruggere quel tipo di potere. Sono molto sorpreso e preferisco parlare di cauta speranza, però me lo auguro da cattolico, perché è quello l’insegnamento che ho avuto, anche se da bambino mi è capitato di fare a gara a chi diceva la bestemmia più grossa: in Friuli è così, più che un’imprecazione è un intercalare, però se oggi me ne scappa una mi dà fastidio, in un certo senso è un modo per allontanarsi da Dio. E io a Dio credo, come alla protezione degli arcangeli e anche ad un’altra vita, sì alla reincarnazione. Non serve fidarsi di Brian Weiss, lo diceva anche Gesù e a me lo ha detto la medium che mi ha regalato la Madonna di Macarena: sostiene che in un’altra vita io fossi Marco Polo. Ma a questo credo di meno: secondo me si è fatta impressionare dal fatto che allora ero proprietario del Venezia».

ALTRI SPORT
POTERE DI UN PALLONE ARRIVATO DA GLASGOW
«Non ce ne sono stati altri, al di là del calcio. Avevo le gambe come stuzzicadenti, ma ero un grande colpitore di testa - l’elevazione non è tutto, conta di più il tempismo - e avevo una buona tecnica. Giocavo mezzala, a volte punta: oggi sarei un trequartista, ma allora quel ruolo non esisteva. Ho seguito un po’ il pugilato ai tempi di Loi e Mitri, giochicchiato a basket in collegio - oggi in tv guardo l’Nba, il basket che ha ucciso l’altro basket - ma in testa ho sempre avuto il pallone. Da quando avevo cinque anni: il campetto era proprio sotto casa e mia zia, che sposò un capitano inglese, da Glasgow mi portò un paio di scarpe da calcio alte fino alla caviglia e un pallone di cuoio, di quelli con le cuciture in rilievo, che quando colpivi di testa ti restava il segno sulla fronte. Mica quei palloni di gomma che avevamo noi, che un giorno il figlio del Pierin per calciarlo lo ridusse da buttar via, perché i contadini non si tagliavano le unghie e le aveva così lunghe che gli fece uno squarcio: era l’unico pallone del paese e ce l’avevo io, dunque le partite erano quando dicevo io e le squadre le facevo io. Ho smesso con il calcio giocato che ero in Interregionale, avevo solo vent’anni ma il sogno di mio padre era che facessi l’imprenditore: alla Bovisa c’era un’officina di marmitte per automezzi che mi aspettava».

VIAGGI NEL PASSATO
DECISIONI DI GRUPPO E IL VERO PESO DEL BUE
«Poter tornare indietro e vivere in un’altra epoca: sarei molto incerto su cosa scegliere. Forse l’antico Egitto e se vuole le do un indizio: il mio cane, Gaia, è un cirneco dell’Etna e si dice che questa razza derivi dai cani dei Faraoni, di sicuro quelli disegnati nei geroglifici dei fenici sono molto simili a lei. Si stava bene a quei tempi: il Nilo era un amico, vivevano di agricoltura, aveva grande importanza l’astronomia, il tempo viaggiava nel modo giusto. Meglio da faraone, certo, ma a parte gli schiavi stavano bene tutti, anche i sudditi non potevano lamentarsi. Ma a pensarci bene, più che faraone forse avrei voluto essere un pellerossa, o un capo di una tribù di pellerossa, però prima che arrivassero i bianchi a rompere le scatole. Gente in pace con l’universo e in simbiosi con la natura, la scansione della vita simile a quella degli uccelli migratori. E poi avevano un’abitudine fantastica, ma lo facevano perché ci credevano, non perché usava così: si sedevano in circolo e prendevano le decisioni insieme, o meglio decidevano i capi ma sentendo prima il parere di tutti. Mi ha fatto ripensare ai pellerossa leggere di Francis Galton, lo scienziato inglese dell’eugenetica, che capitò ad una gara di una fiera inglese, “Indovina il peso del bue”: chi ci andava più vicino se lo portava a casa. Parteciparono in 700, ma le libbre esatte non le indovinò nessuno, neanche i macellai. Galton per curiosità si fece dare tutte le risposte e ne calcolò la media: corrispondeva esattamente al peso del bue. Come scrisse poi: un gruppo alla fine è sempre più saggio dei suoi singoli individui. I pellerossa l’avevano capito un sacco di tempo prima».

FAMIGLIA
LA LEZIONE D’AMORE DI NONNO ERNESTO
«Uno dei disastri del presunto progresso, quello che in nome del successo economico chiede di sacrificare i rapporti umani, è la disgregazione delle famiglie, la perdita dell’attenzione per questo valore. La mia è stata allargata fin da quando ero bambino. Mamma Silvana faceva la sarta, papà Armando lavorava con i motori per navi e aerei, emigrò in Venezuela che avevo sette anni e il mio secondo papà diventò nonno Ernesto, capostazione di Sevegliano: porta di casa sempre aperta, tavolo in cucina apparecchiato con un posto in più, chi passava di lì e voleva fermarsi mangiava con noi. A Natale mi dava dei pacchetti di carne da portare ai poveri, è stato lui a insegnarmi che dare è più bello che ricevere. Ma anche l’altro nonno, Vito, aveva il dono della bontà: era così buono che quando i ragazzini gli entravano nella vigna per rubargli l’uva, lui si nascondeva per non spaventarli. La famiglia allargata di oggi nasce dai miei due matrimoni: la separazione dopo il primo mi portò un trauma lungo due o tre anni ma anche la riscoperta della libertà nelle piccole cose, tipo cosa mangiare o cosa guardare in tv. Ho avuto quattro figli dal primo e uno dal secondo per un totale di undici nipoti, e due o tre volte all’anno ci si incontra tutti insieme. Tranne le due mogli: la prima, sa com’è, è ancora un po’ risentita».

ADOLESCENZA
QUANTE GARE IN STRADA ALTRO CHE ELETTRONICA
«Se Dio vuole mio figlio Armando - il quinto, oggi ha 16 anni - non avrà i miei ricordi, tipo quella volta che improvvisamente sentii gridare e scappammo tutti a nasconderci nel sottoscala della stazione dove lavorava il nonno, perché passavano gli aerei con le bombe. Però gli mancheranno altre cose, non vivrà mai questi suoi anni come ho potuto fare io. Oggi gli adolescenti stanno così tanto davanti ai computer che gli diventa elettronica anche l’anima e non va bene: non mi risulta che il nostro cuore sia elettronico. A Sevegliano io stavo in strada dalla mattina alla sera, d’estate sempre, e la sera mio padre mi prendeva regolarmente a scappellotti perché il pomeriggio, invece di fare il pisolino, sfilavo la chiave di casa dalle tasche della mamma che riposava e scappavo dagli amici. Socializzare era la normalità, non una fatica, eravamo una banda e si giocava sempre, si giocava a tutto. Anzi, tutto diventava una gara: pindul pandul che sarebbe la lippa, arco e frecce, cerbottana e pallini. E non toglievo nulla allo studio: alle elementari ero il più bravo della classe, poi sono diventato un po’ più vagabondo, ma comunque uno dei pochi a finire la scuola nei termini. Oggi ho quasi 74 anni, quando facciamo le cene di classe mi ritrovo gente che ne ha quasi 80...».

VIAGGI
SE L’AEREO PRIVATO NON PIACE ALLO STATO
«Per 25 anni ho avuto un aereo privato e sono arrivato a fare 400 ore di volo in un anno: anche quattro appuntamenti di lavoro in quattro città in un giorno, un bel risparmio di tempo. Ora lo Stato canaglia, che non trova di meglio che razziare il Paese, mi ha detto che devo andare in bici o in treno, che un aereo mio non posso averlo più, e me l’ha detto a modo suo: cartelle esattoriali insostenibili su ogni volo. Così ora mi sposto molto meno, anche perché non sono un grande viaggiatore per piacere: amo le comodità della casa, mi muovo solo per vacanze di totale relax e i miei spostamenti per il mondo li ho fatti leggendo tutti i libri di Tiziano Terzani, lui sì che lo invidio. Il viaggio che ricordo meglio è quello che ho fatto a 17 anni, per raggiungere i miei in Sudamerica: il mondo degli emigrati aveva un suo fascino e soprattutto una sua dignità, non ti faceva pensare per forza alla disperazione com’è spesso oggi. Il viaggio più recente che mi ha smosso qualcosa dentro è stato in Libano: un altro mondo, un Paese moderno, dall’economia giovane che galoppa, sarebbe da andarci a vivere se non avessi deciso di restare in Italia per migliorarla combattendo lo Stato. Ma prima di morire un viaggio vero voglio farlo, nelle terre dei Pellerossa d’America: una cultura che amo e che non va dispersa».

CIBO
GUERRA AGLI OGM E FACCIO IO IL PANE
«Diciamo che mia moglie semina e io raccolgo. Gestisce un’azienda agricola biodinamica e ormai mangiamo quasi solo prodotti di casa: non c’è nulla di meglio al mondo di ciò che cresce nelle nostre terre, altro che i francesi, a loro invidio solo lo champagne. Così facciamo la guerra al cibo OGM e alle multinazionali, che pur di produrre utili se ne fregano di ciò che fa stare davvero bene la gente: noi coltiviamo il nostro grano e i loro semi possono tenerseli, sono solo ibridi sterili come i muli, incroci fra un asino e una cavalla che non possono procreare. Mia moglie è romagnola, fa dei passatelli che se li butti nel brodo cantano: uno dei miei sapori preferiti, assieme a quello del tartufo e dei krapfen che impastava mia mamma, sapesse quanto mi mancano. Laura è quella che sa far da mangiare e io sto imparando, però gli spaghetti con i pomodorini e il peperoncino li faccio già meglio di lei. Insomma imparo bene, infatti a casa abbiamo due cucine e nella mia ultimamente c’è spesso odore di marmellate, di sottoli e soprattutto di pane. Ecco, fare il pane è diventata una passione: mi sono specializzato in quello condito friulano, che è fatto con le uova, il latte e lo strutto. Però ultimamente uso lo yogurt o la panna, per farlo un po’ più leggero: ci metta sopra due fette di prosciutto e mi dica com’è».

di Andrea Elefante - Gazzetta dello Sport

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