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Fonte: Palermomania      Letta: 1921 volte      Commenti: 1
Dybala a SportWeek: "Zamparini mi valuta 42 milioni? ancora non li valgo, sul campionato italiano..."
[ sabato 29 novembre, 2014 ore: 12:05 ]

Dybala a SportWeek: "Zamparini mi valuta 42 milioni? ancora non li valgo, sul campionato italiano..."
picciriddu si fci grande, il ragazzino è diventato adulto, sorridono compiaciuti a Palermo parlando di Paulo Dybala, il loro centravanti che il 15 di questo mese ha compiuto 21 anni. Sembra ieri che sbarcava in Sicilia, guardandosi intorno con aria stranita e accolto da malcelata dif- denza: reazioni entrambe naturali nel caso di un diciottenne in arrivo dalla serie B argentina eppure pagato un’enormità (12 milioni, ma sulle cifre reali dell’afare è cominciato il solito balletto quando di mezzo ci sono club e procuratori comproprietari del cartellino). Sembra ieri, e invece sono già passati due anni e tre campionati durante i quali u picciriddu da crisalide si è trasformato in farfalla, imprendibile nel suo volo a zig zag tra i difensori avversari (è il terzo giocatore del campionato per numero di dribbling dietro all’interista Kovacic e al compagno di squadra Vasquez): 3 gol al primo assaggio di A culminato con una indigesta retrocessione, 5 – penalizzato però da uno stop di 3 mesi per infortunio – nel purgatorio della B, già 4 in 11 partite adesso, di nuovo in A, con l’aggiunta di giocate di alta scuola (col sinistro) al servizio dei compagni. Un campionario che ha spinto il presidente Zamparini ad andarci leggero come sempre: «L’anno prossimo Paulo sarà il miglior straniero della A e tra due costerà 42 milioni di euro».

Lei, Dybala, che ci farebbe, con 42 milioni di euro?
«Mi comprerei il mondo».
E li spenderebbe per comprare il calciatore Dybala?
«In questo momento è una cifra bugiarda. Non sono molti i giocatori che valgono tanto e io oggi sicuramente non sono tra questi. Ma il presidente mi vuole bene e poi, si sa, quando gli mettono un microfono davanti alla bocca a lui piace parlare. E se le cose girano nel verso giusto, come in questo momento, anche di più».
Qual è la frase che le dice più spesso quando la incontra?
«“Firma il contratto, Paulo!” (ride). Scade nel 2016 e non avrei problemi a restare. Però dobbiamo essere contenti in due».
Zamparini l’ha paragonata a Tevez e ha detto che tra un po’ sarà forte come Messi: a lei a chi piacerebbe essere accostato?
«Faccio prima a dirle quelli che schiero sempre alla PlayStation: Messi, Ronaldinho e... (lunga pausa)».
E...?
«Dybala. Io in mezzo, loro due ai lati».
Da quando è arrivato, nel 2012, è certamente cresciuto e non solo dal punto di vista anagrafico, ma a guardarla sembra effettivamente ancora un adolescente: viso pulito, capelli ordinati con la riga a lato, non un filo di barba. Qual è l’ultima volta in cui si è sentito bambino?
«Non è facile rispondere. Forse quando ho esordito a 17 anni nell’Instituto de Cordoba, dove ho iniziato a giocare. Era il 13 agosto di tre anni fa. Di quella partita contro l’Huracan ricordo tutto: nel pullman che ci portava al campo ero rimasto in disparte e in silenzio. Avevo mille pensieri. L’esordio era arrivato inatteso, fino a pochi giorni prima stavo coi miei coetanei delle giovanili e ora venivo schierato in prima squadra, con giocatori abituati a un calcio che non era il mio. Ma nello spogliatoio ognuno di loro mi si avvicinò per farmi coraggio: chi con una parola, chi soltanto stringendomi il braccio o con una pacca sulla spalla. In campo, poi, la prima palla toccata fu un passaggio giusto a un compagno: come per magia, da quel momento ansia e palpitazioni scomparvero. Vincemmo 2-0. L’esordio perfetto».
E fuori dal campo?
«Quando mi sento bambino? Quando sono con mia madre. Sono il più piccolo di tre fratelli e lei mi coccola come se avessi ancora dieci anni. Mi accompagna all’allenamento, mi prepara i piatti che mi piacciono...».
L’ultima volta che invece l’hanno trattata da bambino?
(ci pensa) «È successo ancora ai tempi dell’Instituto. Nella serie B argentina il calcio è un mestiere come un altro, un mestiere che ti permette di mantenere la famiglia. Non c’è ricchezza, solo sudore e sacrificio. Io ero arrivato in prima squadra e tutti si aspettavano che mi comportassi come gli altri: da uomo e da professionista. Una sera invece uscii a mangiare con la mia famiglia e tornai nella pensione del club, dove vivevo, non alle dieci e mezza, limite massimo per la ritirata, ma passata la mezzanotte. Il giorno dopo, prima dell’allenamento, il direttore sportivo mi parlò con un’asprezza che mai più nessuno si è permesso. Ma quel giorno ho capito come si fa questo lavoro».
L’ultima volta che ha pianto come un bimbo?
(resta in silenzio per un po’) «Non c’è una data esatta perché succede spesso e sempre per lo stesso motivo: piango per mio padre, morto quando avevo 15 anni. Ha lottato per tanto tempo contro un tumore al pancreas, ma è stato inutile. A me, per proteggermi, non dicevano tutto, così io mi illudevo, speravo che guarisse. Oggi parlo spesso di lui con mamma, mi succede di sognarlo e ogni volta mi sveglio tra le lacrime».
Se in alcune cose è ancora un bimbo, è stata questa esperienza a farla diventare uomo?
«Sì. Mio padre aveva un sogno: che uno almeno dei suoi tre figli diventasse calciatore. Non c’è riuscito Gustavo, il maggiore, e neanche Mariano, che tutti dicono fosse più forte di me, ma che è stato vinto dalla nostalgia di casa. Perciò io dovevo farcela: per onorare la memoria di papà ed esaudire il suo desiderio. Lui mi aveva accompagnato a ogni allenamento, un’ora di macchina da Laguna Larga, dove vivevamo, a Cordoba. Quando papà morì, chiesi alla società di farmi tornare a casa. Per 6 mesi giocai nella squadra del mio paesino, poi rientrai nell’Instituto. E dato che non c’era più nessuno che poteva portarmi avanti e indietro dall’allenamento, mi trasferii nella pensione della squadra. Non fu facile: ero rimasto orfano da poco e avevo la famiglia lontano. Mi chiudevo in bagno a piangere, ma non ho mollato. E oggi so che papà è orgoglioso di me».
Torniamo al bambino che è stato: l’ultima volta che ha fatto un gioco da ragazzini?
«È successo proprio ieri, con Mariano e un amico argentino. Giocavamo nel giardino di casa mia a passarci al volo la palla: il primo che la faceva cadere doveva preparare la tavola per il pranzo, il secondo avrebbe versato da bere a tutti a pranzo».
L’ultima volta che ha fatto un capriccio, infine?
(rifette) «Qualche anno fa, per un paio di scarpe da calcio particolarmente costose. Mamma mi convinse a prenderne altre che sembravano più resistenti. Per fortuna, da quando guadagno bene, ho abbastanza soldi da non dover più chiedere, per soddisfare i miei capricci».
Quello della Porsche, per esempio.
«È sempre stata il mio sogno».
Scusi, ma che se ne fa, nel traffico di Palermo?
«Infatti, quando mamma è qua – praticamente sempre – mi porta in giro con una vecchia 500».
Prima di arrivare aveva già sentito parlare della città?
«Mai».
E il primo pensiero appena vi è entrato?
«”Madonna mia, ma che caldo c’è qua?”. Era estate e non si respirava. In Argentina non è mai così. Quando poi mi hanno portato a Mondello e ho visto il mare a 10 metri dal mio albergo, mi sono detto: questo è il paradiso. È incredibile: a metà novembre c’è gente che fa il bagno e altra che gira in giacca, cravatta e sciarpa... Anche a me piace nuotare, ma non vado mai troppo al largo perché ho paura. A Palermo si mangia alla grande e le persone sono troppo gentili. So che all’inizio si aspettavano di più da me, ma è stato complicato adattarmi al vostro calcio. Rispetto a quello argentino, e alla sua serie B, qui il gioco è molto più veloce, fsico e tattico. Pure gli arbitri sono diferenti».
Però, adesso, i palermitani la tratteranno davvero coi guanti...
«Diciamo che fino all’anno scorso era difficile che mi offrissero un caffè. Dall’inizio di questo campionato due o tre gratis li ho bevuti...».
Dybala è un cognome di origini polacche...
«Mio nonno Boleslaw era di un paesino vicino a Cracovia. Scappò dalla Polonia durante la Seconda guerra mondiale. È morto che io avevo 4 anni. Vorrei andare a vedere dove è nato, ma avrei bisogno dell’aiuto di qualcuno che parla polacco. Mia nonna materna invece è della provincia di Napoli».
Ultima curiosità: è fidanzato?
«Sì, con un’argentina. Dovrebbe venire a Palermo proprio in questi giorni».
Ma in casa c’è mammà...
«Ha già conosciuto la mia ragazza. È un po’ gelosa, ma non succederà niente».

di Fabrizio Salvio - SportWeek
foto: Giuuseppe Gerbasi

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  • riccardo, san vito lo capo
    30.11.2014 - 18:29 - 2.195.197.xxx
    caro Dybala al di là  di tutto sei un bravo ragazzo, sono contento che giochi per i colori della mia squadra,debbo fare i complimenti al nostro presidente Zamparini che ha un fiuto eccezzionale, complimenti a tutti e due,se vuoi diventare grande accontentati e firma il contratto chi ha creduto in te ti fara' grande
     
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